Corte Suprema USA: ecco la (vera) Sentenza del giorno!

Corte Suprema USA: ecco la (vera) Sentenza del giorno!

Cari amici,

oggi la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso alcune sentenze su una serie di cause discusse in questi anni.

Tutti i media sono concentrati su quella politicamente più “clamorosa”: il via libera al cosiddetto Travel Ban, ovvero il provvedimento che il Presidente Trump ha voluto per limitare l’arrivo di forza lavoro negli USA da alcuni Paesi a maggioranza islamica (ma, a dire il vero, anche dal Venezuela e dalla Corea del Nord). 

In ogni caso, questa non è davvero la sentenza del giorno — per quel che ci riguarda.

Nello stesso ‘pacchetto’ di cause risolte, infatti, c’è anche quella che ha visto contrapposti il National Institute of Family and Life Advocates e lo Stato della California.

Oggetto del contendere?

Il Reproductive FACT Act: la Legge statale che nel 2015 ha imposto a tutti gli enti privati di servizi medico-sanitari pre-natali (test., consulenze, etc) di comunicare ai propri clienti il fatto che lo Stato gli riserva l’accesso al sistema pubblico di “salute riproduttiva”, compresa contraccezione e aborto.

È abbastanza impressionante leggere nell’Atto in che modo deve avvenire la comunicazione. Oltre a dover riportare esattamente il testo predisposto dal Governo della California, dev’essere diffusa in maniera capillare: sul sito web, nelle sale d’attesa, in formato volantino e su tutte le comunicazioni al pubblico.

L’Atto spiega in modo esplicito nell’introduzione che la misura si rende necessaria per assicurare che anche i cittadini che si rivolgono a queste strutture – gestite per la maggior parte da enti confessionali, d’ispirazione cristiana o comunque contro l’aborto – “prendano decisioni sulla loro personale salute riproduttiva conoscendo i loro diritti e i servizi sanitari a loro disposizione“.

Praticamente, lo Stato si assicura che una donna che vuole far nascere il figlio che ha in grembo sappia bene che, se vuole, può anche abortirlo. Non sia mai. Nella comunicazione del Governo c’è anche il numero di telefono da chiamare per passare dalle parole ai fatti in tempi immediati.

Il sistema vi sembra vagamente repressivo? Tranquilli! Gli enti possono rifiutarsi di dare questa comunicazione ai loro utenti. Già: perdendo il riconoscimento statale. E anche questo dev’essere espressamente comunicato:

“Questa struttura non è riconosciuta come struttura medica dallo Stato della California e gli operatori sanitari che provvedono o supervisionano i servizi svolti non sono autorizzati.”

Voi affidereste la vostra gravidanza ad operatori che avessero questo ‘avviso’ appeso al collo? No, eh? Si tratta chiaramente di un tentativo di costringere gli enti a farsi autorizzare – essendo così costretti a sponsorizzare l’aborto – piuttosto che perdere la fiducia dell’utenza.

L’Atto è talmente raccapricciante che – tornando alla notizia – oggi la Corte Suprema l’ha dichiarato incostituzionale, riconoscendo così le ragioni del National Institute of Family and Life Advocates e degli altri ricorrenti, difesi dalla straordinaria Alliance for Defending Freedom (ADF): un’associazione di giuristi e legali che seguono le cause in cui è violata la libertà di opinione (inclusa quella di religione) dei cittadini e degli enti americani.

L’ADF ha patrocinato finora 9 cause giunte fino in Corte Suprema, e le ha vinte tutte. L’ultima vittoria è stata quella che ha riconosciuto al pasticcere Jack Phillips del Colorado il diritto di rifiutarsi di cucinare una torta per un matrimonio gay sulla base dei suoi convincimenti morali e religiosi. Un diritto tutelato dalla Costituzione americana. 

Sentenze, quelle degli ultimi tempi, rese senz’altro possibili anche dalla maggioranza conservatrice della Corte, per così dire ‘ravvivata’ dalla nomina del pro-life Neil Gorsuch a Giudice da parte di Donald Trump.

La Sentenza di oggi è molto importante ed esprime princìpi fondamentali.

Vorrei citare solo un passaggio redatto nell’opinione concorrente dal Giudice Kennedy.

Si legge (grassetto mio):

“Appare chiaro che la questione della discriminazione è inerente alla forma e alla struttura dell’Atto. Questa legge è un esempio paradigmatico della seria violenza che si prospetta quando lo Stato cerca di imporre la propria visione nel campo della libertà di parola, di pensiero e di espressione. In questo caso, lo Stato chiede in primis ai centri pro-life per le gravidanze di promuovere il messaggio preferenziale dello Stato pubblicizzando l’aborto. Questo costringe gli individui a contraddire i loro convincimenti più profondi e radicati, convincimenti fondati su precetti filosofici, etici, religiosi o su tutti questi. E la storia dell’Atto e la sua applicazione mirata suggerisce una reale possibilità che questi individui siano stati maltrattati proprio a causa dei loro convincimenti.

Il Legislatore della California ha incluso nella storia ufficiale dell’Atto le sue congratulazioni per un Atto che entra a far parte dell’eredità di ‘lungimiranza‘ della California. Ma non è lungimirante costringere gli individui a diventare strumenti per promuovere pubblicamente l’adesione a punti di vista ideologici che essi ritengono inaccettabili. È lungimirante invece cominciare leggendo il Primo Emendamento così come ratificato nel 1971; capire la storia dei governi autoritari così come l’hanno poi conosciuta i Padri Fondatori; riconoscere che da quel momento la Storia dimostra come gli implacabili regimi autoritari tentano sempre di soffocare la Libertà di parola; e tramandare queste lezioni se vogliamo preservare questa Libertà e insegnarla alle future generazioni.

Non si deve permettere al Governo di forzare le persone ad affermare un messaggio contrario alle loro più profonde convinzioni. La Libertà di parola assicura quella di pensiero ed espressione. E questa Legge le mette in pericolo.”

Non mi sento, francamente, di aggiungere una parola in più.

Filippo Savarese

Direttore delle Campagne di CitizenGO Italia

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